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16 novembre 2018

Lingua Sarda: Istruzioni per l’uso (Parte Seconda)


Lingua Sarda: Istruzioni per l’uso (Parte Seconda)

Leggere il sardo, abbiamo detto nella prima parte di queste facete istruzioni, non è semplice. Non lo è se non si considera quella sarda una lingua e se non si tiene conto della sua grammatica; non lo è se non si imparano i suoni del suo alfabeto e se non si familiarizza con la vocale paragogica (eh?).

Non è facile, dunque, ma neanche impossibile visto che abitiamo in Sardegna.

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Lingua Sarda: Istruzioni per l’uso (Parte Seconda)

Lingua Sarda

Nella prima parte abbiamo elencato i suoni dell’alfabeto sardo, ora per complicarci un po’ le cose parliamo di alcuni fenomeni che contraddistinguono la lingua sarda (precisamente quelli che ci permettono di riconoscere un sardofono e di essere riconosciuti come tali J).

Per esempio: la consonante cacuminale dd (è detto cacuminale il suono che si articola appoggiando la parte anteriore della lingua alla volta del palato) ha un suono ben differente dalla consonante occlusiva d della lingua italiana (quella di “dado” per esempio).

Nella lingua sarda abbiamo dunque il suono d (domu, didu, depu, etc.) e il suono dd  (quella che, per intenderci, alcuni esotisti trascrivono anche con “dh”), di “Casteddu, cuaddu, soddu, marteddu”, etc. etc. etc.

E ancora, un’altra caratteristica della produzione orale (per lo meno  di quella indicata come “campidanese”) è il fenomeno di sonorizzazione delle consonanti c, p, t, f, qualora precedute da vocale.

E così che  la c di “cani” diviene quasi una g quando seguono le vocali a-o-u: come in “su gani/cani-su goru/coru, su gugumini/cugumini” etc., mentre si trasforma in una specie di x quando seguono le vocali e ed i, come in “sa xena/cena, sa xipudda/cipudda” e tante altre.

La p di “perda” diviene una sorta di b in “sa berda/perda” e ancora in “su bani/pani; su brocu/procu; su bonti/ponti” etc. La t di “taula” diviene una specie di d in “sa daula/taula”; e in su “dopi/topi, su danti/tanti”, etc.

Stesso fenomeno avviene con la f che diviene una sorta di v in “su vrori/frori; su vrocu/frocu; su vradi/fradi; su venu/fenu; sa vamìllia/familia”, etc. etc.

Questo fenomeno, dicono i linguisti, è relativamente recente e se sta man mano interessando ogni parlata della lingua sarda è pur vero che in alcune tuttavia non si presenta affatto, così che nelle produzioni più conservative il suono, delle consonanti suddette, rimane invariato (kane; koro; kugumene; kena; kibudda; pedra; pane; porcu; fiore; frade; fenu; famìllia, etc. etc.) con il risultato che: se un sardo parlante la variante campidanese riesce a riconoscere un “continentale” con velleità linguistiche, un altro sardo che di variante parla, per esempio, quella nùorese, allo stesso modo riconosce un sardofono “del capo di sotto” che cerca di esprimersi alla sua maniera.

E finchè queste distinzioni rimangono espressioni dell’oralità tutto va bene, altro paio di maniche è quando la diversità da ricchezza diviene discriminazione o elemento per categorizzare in “sardo vero” e “sardo burdo”, stati psicologici, questi, dovuti a tutta una serie di equivoci e vicende, attribuibili sia a visitatori esotisti che hanno “studiato” la nostra lingua nei secoli passati, sia a intellettuali sardi, di epoche più recenti, che quell’insana passione hanno ereditato, sommandosi  agli effetti della sindrome da colonialismo, male di cui soffre la quasi totalità delle recenti generazioni sarde.

Certo una normalizzazione della lingua sarda (uno standard insomma!) appianerebbe questi problemi, evitando ostracismo e discriminazione a discapito di alcune parlate della lingua sarda, tutte condizioni queste che contribuiscono alla paralisi della lingua stessa, in quanto il parlante in questione (sia del capo di sopra o di sotto e perfino quello in area Cesarini) permane in uno stato di schizofrenia identitaria; cioè fondamentalmente condivide le opinioni di quei fraudolenti intelletuali ritienendo “burdo” il proprio sardo, mentre allo stesso tempo sostiene a oltranza la bellezza e legittimità della propria parlata vista l’importanza della comunità, quella piccola che ci circonda e ci accompagna nel vivere quotidiano e nella quale dobbiamo e vogliamo riconoscerci.

Questa particolare schizofrenia porta il parlante, l’aspirante parlante e pure il simpatizzante per empatia dovuta a condivisione del territorio in cui quella parlata è diffusa (anche se non parla la lingua sarda) a rifiutare qualunque standardizzazione della grafia sarda, in quanto violerebbe la dignità della parlata e intanto che tale schizofrenia rimane senza cura, la parlata in questione, e così tutte le altre, subisce ogni tipo di violenza possibile, e a malapena immaginabile, mentre la lingua sarda scritta si fossilizza in segni grafici che non restituiscono la parola che vorrebbero rappresentare e fra qualche decennio saranno praticamente irriconoscibili e probabilmente incomprensibili. Ovvero il danno sarà irreversibile.

Un po’ come è accaduto a coloro che hanno imparato a scrivere male in italiano e oggi confondono è con e, o ha con a o peggio entrambi (sigh!).

Questioni spinose queste, se ne potrebbe parlare fino a riempire intere enciclopedie (ah! già lo fanno?)

Insomma voi ve ne fregate e imparate a leggere la lingua sarda, quella che è stata messa per iscritto nel rispetto delle caratteristiche indicate in queste istruzioni e che ogni sardo con un minimo di scolarizzazione condivide (dal capo di sotto al capo di sopra), se così non fosse non so cosa state leggendo, visto che sardo non è  😀

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® Scritto da: Giovanna Dessì ®

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